E’ ormai un paese per vecchi?

La città di Manfredonia, tra aspetti demografici, economici e sociali

 

Il più grande studioso di management di tutti i tempi, il Prof. Peter F. Drucker, affermava che se si vuole scorgere il futuro e gestirlo al meglio bisogna analizzare i flussi demografici.

Sono le dinamiche demografiche  che determinano  il futuro di un Paese e di una Città, perchè sono le risorse umane, la composizione  e la qualità delle stesse che creano le condizioni del benessere.

L’analisi di questi dati evidenzia che non sono tempi in cui esaltarsi e neanche tempi in cui perdersi d’animo. Sono tempi in cui occorre impegnarsi e assumere ciascuno la propria responsabilità.

Oggi le risorse che scarseggiano sono le persone giuste, quelle che sono davvero in grado di affrontare i compiti di enorme portata che il mondo ci impone.

E’ giunto il momento di chiedersi che cosa dobbiamo fare. Faremmo molto meglio a metterci all’opera invece di ritenerci soddisfatti da proclami o dichiarazioni altisonanti ma vuote. Faremmo molto meglio a esigere risultati concreti invece di buone intenzioni. Faremmo molto meglio a rivedere piani e programmi ben studiati invece di semplici partecipazioni emotive. Faremmo molto meglio a insistere sulla concentrazione degli interventi necessari invece che lasciare che le forze si disperdano in tutte le direzioni.

In questa società, la conoscenza è la risorsa primaria per gli individui e per l’economia nel suo complesso. La terra e il capitale – i tradizionali fattori della produzione dell’economia – non scompaiono ma diventano secondari.

C‘è bisogno di un’azione collettiva per riparare i tanti guasti di un’economia mal programmata e mal gestita favorendo imprese senza lavoro” e riducendo ad uno stato di povertà tante persone e intere famiglie.

La soluzione al degrado sociale, economico e civile della Città e del Paese intero, è ancora nelle parole di Peter F. Drucker, che nel testo “Una società che funziona” affermava: “Nella sua vita sociale e politica, l’uomo ha bisogno di una società viva e vitale, funzionante, così come nella sua vita biologica ha bisogno di aria per respirare. Tuttavia, il fatto che l’uomo ha bisogno di una società non significa che l’abbia. Nessuno chiamerebbe “società” la massa disorganizzata, disperata e in preda al panico che cerca di fuggire da una nave che affonda. Quella non è una società: è soltanto un aggregato di essere umani. In effetti, il panico è il risultato dello sfacelo di una società; e l’unico modo per vincerlo è di ristabilire una società coi i suoi valori sociali, il suo ordine sociale, il suo potere sociale e la sua organizzazione sociale”.

Proviamo allora a considerare gli indicatori demografici   (dati ISTAT).

L’andamento demografico della popolazione Manfredonia dal 2001 al 2016 subisce un decremento in termini assoluti di 551 unità (-0,96%) passando da 57.651 residenti dell’anno 2001 ai  57.100 dell’anno 2016.

Importante è l’analisi della struttura per età della popolazione considerando tre fasce di età: a) giovani tra 0-14 anni; b) adulti tra i 15-64 anni; c) anziani oltre 65 anni. In base alle diverse proporzioni  tra tali fasce di età, la struttura di una popolazione viene definita di tipo progressiva, stazionaria o regressiva, a seconda che la popolazione giovane sia maggiore, equivalente o minore di quella anziana.

La situazione demografica della Città è di tipo regressivo, poichè la popolazione anziana supera di gran lunga quella dei giovani.

Dal 2002 al 2017 i giovani (0-14 anni) sono passati da 10.561 a 8.166  riducendosi di 2.395 unità, in termini percentuali si è subito un decremento del 22,6%.

Gli adulti (15-64 anni) passano dai 39.134 dell’anno 2002 ai 37.250 dell’anno 2017, con un decremento di 1.884 unità (-5% circa). Le persone con più di 65 anni sono aumentate nelle stesso stesso periodo di  3.728 unità,  passando dai 7.956 dell’anno 2002 agli 11.684 dell’anno 2017 (+46,8%). L’età media passa dai 36,9 anni del 2002 ai 42,7 dell’anno 2017 (indice di vecchiaia).

In altre parole, nel corso degli ultimi quindici anni, pur se si evidenzia una leggera flessione della popolazione di 551 unità , cambia notevolmente la sua composizione e struttura. La popolazione attiva diminuisce di 4.279 unità a fronte di un incremento di anziani di 3.728 unità.  Diffati l’indice di vecchiaia (persone con più di 65 anni/persone con meno di 15 anni) passa da 75,3 dell’anno 2002 al 142,1 dell’anno 2017, in altri termini pe persone con più di 65 anni sono il 42,1% in più di quelli sotto i 15 anni.

L’’indice di dipendenza strutturale carico sociale ed economico popolazione non attiva”  per l’anno 2017 è stato pari al 53,3. In altri termini, per 100 persone che lavorano  ve ne sono 53,3 che ne sono a carico, nel 2002 tale indice era pari al 47,3 incrementamdosi di 4 punti.

Un altro indice che misura le condizioni di regressione della città è “l’indice di ricambio della popolazione attiva”, che nel 2002 era pari al 68,5 mentre nel 2017 è stato del  103,5. Questo indice ci dice che per l’anno 2017 la popolazione che sta andando in pensione è inferiore a quella che sta per entrare nel mondo del lavoro. Su 100 che vanno in pensione 103,5 stanno per entrare nel mondo del  lavoro.

L’indice che misura ulteriormente come la popolazione di Manfredonia stia divendando una comunità di persone sempre più vecchie è quello di struttura popolazione attiva che passa dal 75,3 dell’anno 2002  al 113,9 dell’anno 2017. (pop. 44-64 anni/pop. 15-39 anni). In altre parole la popolazione in età tra i 40-64 anni è superiore a quella tra i 15-39 anni del 13,9%.

Le conseguenze di un insufficiente sviluppo ovviamente si ripercuote anche sull’ indice di natalità (nati x1000 abitanti). Nel 2002 è stato del 10,4 nel 2016 tale indice è sceso al 7,9. Si fanno meno figli e la riduzione in termini percentuali è stata del 24%.

Naturalmente si incrementa anche l’indice di mortalità, che passa da 6,4 per ogni mille abitanti nel 2002  a 8,5 nel 2017.

Le donne sono la parte più numerosa della popolazione totale pari al 50,2% rispetto ai maschi 49,8%.

Importante è conoscere, specie in questo momento che sembra essere diventato il problema principale per il nostro Paese, il numero degli stranieri nella nostra Città e la provenienza. Al 1 gennaio 2017 gli stranieri residenti a Manfredonia sono stati 1.398 unità, pari al 2,4% della popolazione, la maggior parte provenienti dalla Romania (36,1%), dal Senegal (15,2%) e dall’Albania (6,6%), di cui 801 uomini e 597 donne.

E i giovani?

I numeri che abbiamo indicato sono l’effetto di uno  sviluppo insufficiente, che incide in maniera importante sulla qualità del capitale sociale futuro, motore di crescita economica e sociale.

Per dare un’idea  di quanto siano importanti i giovani per lo sviluppo e la crescita, basti pensare che chi ha rivoluzionato in modo radicale la società odierna cambiando radicalmente il nostro modo di essere e di agire  e, cioè gli inventori di facebook, internet, Amazon, Apple etc, l’età media che questi innovatori avevano al momento delle loro idee rivoluzionarie non superava i 25 anni.

Tutti d’accordo, ma come facciamo a trattenerli?

La ricchezza prodotta – PIL  anno 2016  (dati ISTAT-Unioncamere- Banca d’Italia)

Il PIL pro-capite (PIL totale/n. abitanti) è la misura principale del grado di benessere della popolazione. Per quanto riguarda la Città di Manfredonia, il valore del PIL pro-capite è pari a circa  Euro 13,1 mila rispetto ai circa Euro 14,5 mila della media regionale a ai Euro 22,9 mila della media nazionale. In termini percentuali rispetto al dato nazionale il livello di benessere è inferiore del 67%.

La composizione del PIL  (Consumi+Investimenti+Spesa Pubblica +Export-Import) è di seguito riportata:

Il settore agricolo incide sul totale PIL prodotto per 55 mln di euro (6,3% sul totale PIL) con il maggior numero di imprese iscritte alla Camera di Commercio, tutte di piccolissime dimensioni. Il settore industriale, comprese le costruzioni, contribuisce alla ricchezza prodotta per 182 mln di Euro (21,1% sul totale PIL) mentre la parte dominante sono i servizi pari a 627 mln di euro  (72,6% sul totale Pil) di cui la gran parte di natura pubblica (scuola, istruzione, sicurezza, sanità, pubblico impiego in genere).

Il numero totale degli occupati è pari a 15.165 unità, pari al 40,7% sul totale popolazione potenzialmente attiva sul mercato del lavoro (persone tra 15-65 anni di età, pari a 37.250 unità).

Si riporta di seguito il contributo che ciascun settore da all’occupazione della città:

Il contributo che il turismo da all’economia della città è pari a circa 11 mln di euro stimato sulla spesa media delle presenze di turisti in Città (circa 80 euro a presenza).

Il numero di arrivi per l’anno 2016 nella città sono stati pari a 36.830 per un totale presenze di 141.674. Soggiorno medio in città 3,8 giorni. Rispetto al totale arrivi e presenze di flussi turistici nell’area garganica, Manfredonia viene prima solo di Vico e Monte S. Angelo, intercettando solo il 3,65% degli arrivi e presenze dell’intera area garganica.

Riportiamo di seguito la distribuzione dei flussi turistici in area Garganica (anno 2016)

La conseguenza di questi valori di produzione si riflette sul tasso di attività specifico (l’offerta di lavoro, per gli economisti), che è pari al 46,4 (la quota di popolazione che si presenta sul mercato del lavoro o che misura la partecipazione al mercato del  lavoro).

Il dato evidenzia che solo il 46,4% della popolazione residente lavora o ricerca lavoro in modo attivo tra gli abitanti della città di Manfredonia sul totale residenti compresi tra i 15 e i 65 anni. Il dato regionale è del 51,6%, quello nazionale è del 62,2%. Questi dati evidenziano da un lato una forte sottoutilizzazione del capitale umano nell’attività economica, che colpisce soprattutto i giovani e in maniera drammatica le donne, dall’altro uno stato di rassegnazione di una parte della popolazione in età lavorativa che il lavoro non l’ho cerca  neanche più.

Sono dati che evidenziano ormai una vera e è propria  esclusione sociale di una parte consistente della popolazione.

Il tasso di occupazione è stato nel 2016 pari al 39,60%: ciò significa che, tra la popolazione attiva,  fatta di persone tra i 14-65 anni, solo il 39,60% ha un lavoro. In altre parole abbiamo un tasso di inattività pari al 60,4%, di cui le donne e i giovani ne costituiscono la parte predominante.

In conclusione, ritengo che i dati sopra evidenziati, e qui solo sommariamente analizzati, costituiscano la base ineludibile per un discorso pubblico sulla città di Manfredonia, sul suo presente e soprattutto sul suo futuro.

Non si può continuare a fare come lo struzzo e, di fronte alla realtà, mettere la testa sotto la sabbia.

Già accettare di volerne parlare con cognizione di causa potrebbe costituire un significativo passo in avanti.

Nicola di Bari*

 

*Manager ed economista di Impresa

©Riproduzione Riservata

 

One Response Comment

  • Raffaele  febbraio 24, 2018 at 5:43 pm

    I dati illustrati nell’articolo di Di Bari, sulla situazione economica e sociale di Manfredonia, rappresentano uno spaccato di una realtà drammatica, e quasi a tutti nota, che dura da diversi anni.
    Sono dati che ci dicono che le condizioni socio-economiche della nostra città sono di vera emergenza.
    Condizioni che si stanno, e si riverbereranno sempre più, in tensioni sociali e sofferenze umane, personali e familiari.
    La diagnosi Di Bari è sufficientemente dettagliata e precisa. Tuttavia, non posso dire altrettanto della terapia.
    È vero: “la conoscenza è la risorsa primaria per gli individui e per l’economia nel suo complesso”. Ed è anche vero che: “c‘è bisogno di un’azione collettiva per riparare i tanti guasti di un’economia mal programmata e mal gestita…”, e ancora: “è necessario fare il possibile per trattenere i giovani, fondamentali per lo sviluppo e la crescita”.
    Orbene, per sperare di uscire da questa situazione emergenziale occorrono (anni) di nuove politiche totalmente diverse da quelle implementate fino ad oggi a livello nazionale ed europeo. Politiche irresponsabili improntate all’austerità economica.
    Credere che con l’austerità sia possibile uscire dalla gravissima crisi che ci attanaglia da oltre un decennio è una imperdonabile illusione.
    O si abbandonano le politiche neo liberiste, neo monetariste, neo mercantiliste e ordoliberiste, o non ci sarà nessuna, nessuna, ripeto nessuna, vera ripresa e sviluppo per le famiglie e le micro imprese. E la disoccupazione, la cancellazione dei diritti e della dignità dei lavoratori, le disuguaglianze sociali e le sofferenze umane continueranno…
    Inoltre, occorre aggiungere che la politica ha perso il suo primato sulla finanza. Così come “l’etica” ha smesso di orientare gran parte dell’attività economica per il bene comune. Il profitto a tutti i costi ha trasformato “la responsabilità sociale d’impresa” in un un principio privo di significato.
    L’Italia non ha più una vera sovranità monetaria, fiscale, di bilancio, bancaria, ecc. I mercati finanziari sono talmente potenti da essere in grado di provocare o fermare una crisi italiana (come è già accaduto) in qualunque momento a prescindere dalla performance economica del nostro Paese. Basta utilizzare l’arma dello “spread” per imporre un rientro (insostenibile) del debito in un contesto economico globale magari difficile, tagli alla spesa sociale, intimare alle banche italiane di liberarsi dei Btp in portafoglio o dei crediti deteriorati, in tempi brevissimi, minacciandone il fallimento.
    Con questo voglio semplicemente dire che siamo “schiavi” dei mercati finanziari e che la politica italiana (segnatamente quella fiscale e di bilancio) viaggia con il “pilota automatico”, come qualche anno fa ha dichiarato pubblicamente Mario Draghi. Insomma, la strada sarebbe già segnata dal patto di stabilità interno, dal fiscal compact, dagli impegni assunti con Bruxelles, oltre che dalla legge che obbliga il Governo al pareggio di bilancio (art. 81 Costituzione).
    Caro Di Bari, come sai bene la questione in argomento è estremante complessa e travalica, anche se importante, la dimensione micro (economia degli enti locali, delle singole imprese e famiglie), e si estende ad un livello macro economico (nazionale, europeo e mondiale).
    Concludo dicendo che sono assolutamente convinto che la “precondizione politica ed economica” per avviarci verso un percorso di sviluppo (sia a livello micro che macro) è la rinegoziazione dei Trattati della Ue e l’abbandono delle politiche demenziali e irresponsabili di austerità!
    Raffaele Vairo

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