Il racconto di una lunga notte dell’estate 2018

II Parte

di Gaetano Prencipe

Mentre la caduta del muro di Berlino, nel novembre del 1989, aveva rappresentato per l’Europa la fine del novecento, il secolo delle ideologie totalitarie e delle guerre fratricide, l’arrivo della Vlora nel porto di Bari, nell’agosto del 1991, aveva di fatto inaugurato il secolo del grande esodo verso le sue sponde, iniziato proprio con la fuga dai paesi dell’est, da poco liberati dalla dittatura comunista.

Sembrava inverosimile che l’Italia, e soprattutto il sud, con tutti i suoi problemi, fosse una delle mete agognate da intere popolazioni frontaliere.  Non solo. Scoprimmo con sorpresa che gli albanesi conoscevano già la nostra lingua, perché da anni vedevano le nostre trasmissioni televisive. E l’immagine che ne avevano tratto, specie da quelle  di intrattenimento serale, erano di un paese ricco e gaudente, oltre che libero.

Da allora le migrazioni via mare verso le coste italiane non sono mai cessate, ma provengono soprattutto dall’Africa, dalla Siria, dall’Iraq e da tanti altri  paesi afflitti dalla fame e da guerre fratricide.

Sembra che un po’ alla volta il mondo sia diventato più piccolo, più a portata di mano. Eppure, per raggiungere la costa libica migliaia di persone sono costrette ad attraversare anche il deserto a piedi per centinaia di chilometri, tra mille difficoltà e sofferenze, pur di raggiungere il Mediterraneo, visto come promessa e inizio di una nuova vita. Ed invece per tanti, troppi, quel mare è diventato il loro cimitero. I dispersi sono più di 160.000. Dall’inizio del 2018 già più di mille.

Specie d’estate, a decine di migliaia affrontano il viaggio in condizioni sempre più avverse, affidandosi a mercanti senza scrupolo e mettendo in conto ogni tipo si sopruso.

E l’Italia  ha sino ad oggi risposto manifestando loro grande solidarietà, sia pure con tanti limiti e contraddizioni, specie nella gestione delle fasi successive alla prima accoglienza.

In questi giorni sta però accadendo qualcosa di inedito. Il nuovo Governo ha deciso di mettere fuori legge le navi delle ONG che fino ad oggi  si sono fatte carico del salvataggio  di decine di migliaia di persone nelle acque internazionali al confine con quelle libiche. Da un giorno all’altro è stato loro vietato di attraccare nei porti italiani, pena la confisca dell’imbarcazione e l’arresto del personale a bordo.

Ora deve pensarci l’Europa, si è detto. Come se non sapessimo che non c’è nessun rischio di invasione,  e che anzi il fenomeno si è fortemente ridotto  già dallo scorso anno per via delle iniziative prese del Governo precedente, che per altri versi hanno contribuito a creare in territorio libico una vera emergenza umanitaria. Come se non conoscessimo la dimensione e la complessità del fenomeno e delle risposte che esso richiede.

Ma questo è il tempo delle risposte facili e del linguaggio spiccio: Chiudiamo i porti italiani e che ci pensino altri … La pacchia è finita! Un linguaggio che tutti debbono poter comprendere.  Tra un po’ si arriverà a rispolverare anche il proverbiale: Me ne frego!

E mentre alcune navi cariche di migranti fanno la spola tra un porto e l’altro in attesa che qualcuno ne autorizzi lo sbarco, nel giro di poche settimane le persone annegate sono state più di quattrocento e tra loro tanti bambini, come accadde per i due fratellini Aylan e Galip, morti tra le braccia della mamma.

D’un tratto però queste immagini non fanno più notizia. Non suscitano più alcuna pietà. Nessun senso di colpa. L’opinione pubblica è stata anestetizzata, ammaliata dal piglio stentoreo con il quale il nuovo Ministro dell’Interno “ha iniziato a fare la voce grossa ed a battere i pugni in Europa”, come ripete la propaganda, salvo però allearsi proprio con quei governi europei che da tempo hanno chiuso le proprie frontiere anche alle quote di migranti arrivati in Italia, che si erano inizialmente impegnati ad accogliere.

Aiutiamoli a casa loro! –  è la parola d’ordine.

In realtà, fino ad oggi  è risultato più facile depredarli che aiutarli a casa loro. Privarli delle loro risorse più preziose e alimentare il livello di corruzione dei loro governanti piuttosto che sostenerne lo sviluppo.

 

 

Fine seconda parte

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