di Siponta De Leo e Nicola di Bari

 

L’istruzione è alla base dei processi di sviluppo sociale ed economico di un Paese, così come di un territorio. Gli Stati Uniti d’America sono la più grande potenza economica mondiale grazie all’ottimo sistema universitario di cui dispongono e le economie dei paesi avanzati e di quelli emergenti (India e Cina in primis) devono la loro crescita economica a grandi investimenti effettuati proprio nel sistema dell’istruzione.

Nel secondo dopoguerra anche l’Italia si avviò su un sentiero di sviluppo sostenuto che fu accompagnato, per più di un quarto di secolo, da un innalzamento progressivo del livello di istruzione della popolazione, che seppe combinarsi efficacemente con lo stato delle conoscenze tecnologiche.

L’effetto benefico dell’istruzione non si limita al solo ambito economico e produttivo ma incide anche sullo stesso contesto sociale migliorando la qualità del “capitale sociale”, definito come l’insieme delle istituzioni, delle norme sociali di fiducia e reciprocità nelle reti di relazioni formali e informali, che favoriscono l’azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere ed occupazione.

Una buona istruzione incide sull’efficienza delle imprese, pone le condizioni per crearne di nuove e più innovative e limita le posizioni di rendita.

La diffusione di elevati livelli di istruzione si associa, altresì, a migliori condizioni di salute e ad un aumento della speranza di vita, in quanto assicura una maggiore capacità di elaborare informazioni utili alla prevenzione e all’accesso di cure disponibili.

E’ noto che la partecipazione al mercato del lavoro nel nostro territorio è tra le più basse in Europa, un dato che colpisce particolarmente i giovani, le donne e le classi di età più avanzate. Ebbene, una maggiore istruzione potrebbe tendenzialmente ridurre questi divari.

Stime del Servizio Studi della Banca d’Italia indicano che, a parità di ogni altra circostanza, nel nostro Paese la probabilità di partecipare al mercato del lavoro aumenta di 2,4 punti percentuali per ogni anno di scuola frequentato. Nelle regioni del Sud questo valore sale a 3,2, indice di una maggiore scarsità relativa di lavori qualificanti. Ciò mostra in tutta evidenza lo speciale beneficio per il superamento del dualismo territoriale che si otterrebbe da politiche che curino l’innalzamento del grado di istruzione al Sud.

Che tipo di istruzione?

Nel secolo scorso la scuola e l’università italiane hanno sostenuto la crescita economica e civile del Paese; sono divenute meno elitarie, si sono progressivamente aperte alla società; educando milioni di cittadini che ne erano prima esclusi, hanno ridotto le diseguaglianze ma hanno reso allo stesso tempo più difficile conseguire un elevato standard qualitativo. Nel corso dei decenni gli interventi di riforma del sistema scolastico e universitario nazionale hanno solo in parte recepito le nuove istanze per una efficace transizione di una massa crescente di studenti ai gradi più elevati di istruzione, oggi più che mai indispensabili alla luce dei mutamenti in atto nel mercato del lavoro dei paesi avanzati.

Il deficit di istruzione resta preoccupante, soprattutto in alcune regioni del sud, per il ritardo con cui si è dato avvio in Italia alla scolarizzazione di massa e per le più sfavorevoli dinamiche demografiche. La quota di diplomati nella fascia di età tra i 25 e i 64 anni era nel 2005 solo del 37,5%, un valore inferiore di quasi otto punti alla media OCSE. Ancora più elevato era il differenziale nella quota di laureati, che in Italia raggiungeva il 12 per cento, la metà della media dei paesi dell’OCSE.

Troppi adolescenti non frequentano tuttora la scuola e quelli che lo fanno mostrano maggiori difficoltà nell’apprendere rispetto ai loro coetanei europei. Secondo le periodiche rilevazioni dell’OCSE gli studenti italiani alla fine della scuola dell’obbligo si collocano agli ultimi posti nell’apprendimento della matematica, avendo accumulato un ritardo pari ad un anno; risultato forse non sorprendente, considerando la caduta del numero di studenti nei corsi di laurea in matematica e fisica. Anche nelle altre discipline i risultati appaiono poco confortanti: nella capacità di comprensione di un testo, la quota di studenti con risultati insufficienti si colloca in Italia su livelli nettamente superiori alla media dei paesi europei.

A risultati medi insoddisfacenti si aggiungono ampi divari territoriali a svantaggio degli studenti del sud e un’elevata variabilità tra istituti scolastici. La dispersione dei risultati dell’apprendimento dei quindicenni è tra le più elevate dei paesi OCSE.

I nostri problemi non dipendono da un ammontare inadeguato di risorse pubbliche destinate all’istruzione scolastica. La spesa per studente nella scuola dell’obbligo e in quella secondaria è anzi più elevata rispetto alla media OCSE, per effetto non già di maggiori retribuzioni pro capite del personale docente, bensì di un più alto rapporto numerico tra docenti e studenti: in Italia ogni cento alunni vi sono 9,4 insegnati nelle scuole secondarie e 9,2 nelle scuole elementari, a fronte di valori pari a 7,4 e 6,1 nei paesi OCSE e a 8,5 e 6,8 nella media dei paesi europei. Sull’alto rapporto insegnanti/alunni in Italia influiscono scelte di politica sociale, come l’ampio sostegno agli studenti diversamente abili e la fornitura di servizi educativi in loco anche a comunità di piccole dimensioni sparse sul territorio. Pur tenendo conto di questi fattori, il divario con gli altri paesi rimane elevato, riflettendo fra l’altro la frammentazione degli insegnamenti, e non si traduce in una miglior qualità dei risultati scolastici. Pesano carenze nell’organizzazione e nella motivazione del personale.

Le risorse pubbliche destinate invece all’istruzione post-secondaria sono relativamente minori in Italia rispetto a quello di molti altri paesi avanzati. Questo è anche il contraltare delle maggiori risorse destinate all’istruzione primaria e secondaria. La scelta politica è stata quella di privilegiare i primi ordini scolastici a scapito dell’investimento in conoscenze avanzate. Non è una scelta lungimirante in un mondo in cui l’innovazione è la chiave di volta dello sviluppo, visto che la bassa crescita o la non crescita del nostro Paese è dovuta principalmente ad una insufficiente produttività.

Conclusioni

Ormai non vi è alcun dubbio che l’istruzione (e la sua qualità) è uno dei più importanti capitoli di un’azione di riforma volta a modificare il suo contesto al fine di garantire una dotazione di “capitale sociale” al nostro territorio adeguata a rimettere in moto il processo di crescita economica e occupazionale necessaria a creare benessere.

Un’efficace politica dell’istruzione deve conciliare l’eccellenza con l’equa diffusione delle opportunità di istruirsi nella misura massima desiderata. Garantire a tutti i giovani le medesime opportunità di successo nell’apprendimento, purchè si adoperino per meritarlo, è la chiave per innalzare insieme l’efficienza e l’equità nel campo dell’istruzione.

Per raggiungere entrambi questi obiettivi nella scuola può essere utile aumentare la competitività fra gli istituti, sia nell’ambito pubblico sia in quello privato, con modalità di finanziamento che da un lato premino le scuole migliori e dall’altro trasferiscono risorse direttamente alle famiglie per ampliarne la scelta.

In ultimo è necessario altresì adeguare la formazione scolastica a quelle che sono le vocazioni economiche, culturali e storiche del territorio per evitare di formare giovani che siano costretti a trovare lavoro in altre parti del Paese o addirittura all’estero e aprire le scuole al mondo del lavoro in modo tale da rendere coerenti formazione e opportunità di lavoro.

Mettere al centro dell’azione del Governo e della Politica la qualità e il funzionamento dell’istruzione scolastica è requisito indispensabile per un futuro di benessere e di crescita.

 

 

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