di Nicola di Bari *

Il Decreto Sicurezza, approvato dalle due Camere e promulgato dal Presidente della Repubblica, è ormai legge e sta già producendo i suoi effetti.

Gli immigrati sotto protezione umanitaria dovranno lasciare da subito i Centri di Prima Accoglienza ( CARA, CAS, etc). Questo sta già avvenendo in diversi centri italiani e riguarda anche donne con bambini e persone con problemi di salute. Il provvedimento colpisce anche gli SPRAR,  centri di seconda accoglienza, voluti da oltre 1800 comuni italiani, quali soggetti titolari, per accogliere, formare ed integrare immigrati in gran parte richiedenti asilo e protezione umanitaria. Limitando questo sistema di accoglienza ai soli rifugiati e ai richiedenti asilo in condizioni particolari e non prevedendo più spese per  integrazione e formazione si arriverà ben presto alla loro scomparsa graduale.

In termini numerici, il c.d. Decreto Salvini produrrà i seguenti effetti  immediati: 1) 40 mila espulsioni di soggetti titolari di protezione umanitaria dai centri di prima accoglienza; 2) perdita di posti di lavoro per 15 mila operatori, in gran parte donne e giovani ad alta qualificazione professionale.  Di fatto questo provvedimento smantella tutta la struttura dell’accoglienza per motivi umanitari nel nostro Paese, patrimonio di conoscenze e professionalità acquisto in decenni di lavoro e progettualità e, modello di accoglienza riconosciuto in tutto il mondo.

Per la Città di Manfredonia, che con lo SPRAR  fa accoglienza ed integrazione da oltre quindici anni, nel corso dei quali ha ospitando complessivamente circa 500 immigrati, l’effetto che avrà tale provvedimento sarà l’espulsione di circa 26 beneficiari attuali e la perdita di oltre 10 posti di lavoro tra operatori, assistenti e amministrativi.

Si stima che ogni espulsione dovrebbe costare allo Stato 6 mila Euro, per un totale di circa Euro 240 mln. Espulsioni che saranno impraticabili se non si troverà un accordo con i Paesi di provenienza, avendo al momento aderito in pochissimi. Di conseguenza l’effetto sarà che si metteranno sulla strada migliaia di immigrati senza più una accoglienza fisica e un sostegno psicologico ed economico, aumentando la paura e l’intolleranza verso lo straniero. Bisogna chiedersi cosà faranno 40 mila richiedenti asilo e protezione umanitaria espulsi dai centri di accoglienza e non rimpatriati? Di sicuro passeranno nella clandestinità.

La domanda fondamentale che dobbiamo tutti farci è: perché siamo arrivati a questo punto? Perché l’immigrazione sembra essere diventato il problema numero uno del nostro Paese?

Per alcuni, la causa è da cercare nei livelli di povertà raggiunti in Italia.

Sicuramente, la povertà è una piaga capace di condizionare le libertà essenziali proclamate fin dai tempi della dichiarazione dei diritti dell’uomo, quindi una minaccia per ogni democrazia.  In Italia la povertà è in continuo aumento e ha raggiunto valori imbarazzanti. Dopo la crisi del 2008 la percentuale di persone in povertà assoluta è più che raddoppiata, passando dal 3,1% al 7,9% della popolazione. Si tratta di persone con reddito pari o inferiore a quello necessario, per acquistare i beni che servono a “conseguire uno standard di vita minimamente accettabile” (definizione ISTAT). Si tratta di 4,7 milioni di individui, per la quasi totalità donne e minori.

In passato il problema riguardava gli anziani, mentre oggi colpisce soprattutto i giovani. Inoltre l’impoverimento della popolazione è stato più intenso in Italia rispetto ad altri Paesi Europei e così ci troviamo fra le posizioni di coda delle statistiche internazionali, pur essendo la settima potenza economica mondiale. Ciò è conseguenza del fatto che l’Italia ha fatto poco dopo la grande crisi del 2008 per combattere la povertà, anche in conseguenza del più alto debito pubblico in rapporto al PIL tra tutti i Paesi UE dopo la sola Grecia.

Tale situazione però ha poco o nulla a che fare con i fenomeni migratori  verso l’Italia e gli altri paese europei.

Come una sorta di capro espiatorio, l’aumento della povertà e con essa il senso di insicurezza nel futuro ha creato il “nemico immigrato,  diventando una minaccia alla nostra tranquillità e, questo convincimento è generalizzato in ogni classe della popolazione.  Si ha la percezione di una vera e propria invasione, amplificata a dismisura da alcune forze politiche e da mezzi di comunicazione di massa.

Il dibattito politico e pubblico sull’argomento è miope, specie se si considera che i sei  milioni di immigrati regolari che vivono nel nostro Paese, lavorano e pagano tasse e contributi e sono in maggioranza immigrati economici.

L’importanza dei migranti nella nostra economia è nei numeri, essi costituiscono ormai il 15% della forza lavoro e contribuiscono alla ricchezza nazionale per 124 miliardi di euro. Quante famiglie beneficiano direttamente o indirettamente del lavoro delle badanti straniere? Quante aziende industriali e agricole chiuderebbero se non avessero operai stranieri? Come potrebbe sopravvivere l’industria del turismo senza immigrati che lavorano negli alberghi, nelle spiagge e nei ristoranti? E come farebbero gli ospedali senza infermieri?

Il punto vero che gli immigrati non sottraggono lavoro agli italiani, essi offrono servizi in aree dove c’è carenza di offerta di lavoro nazionale. Si pensi agli infermieri negli ospedali che ormai costituiscono il 10% del totale o dove un certo tipo di lavoro l’italiano non è più disposto a farlo, pensiamo all’agricoltura Foggiana, Calabra, Siciliana etc., che grazie allo sfruttamento del lavoro dei migranti, troviamo prodotti della terra a prezzi super convenienti nei nostri supermercati.

Per quanto ostile all’immigrazione, il Governo dovrà rendersi conto che il Paese ha ancora un fabbisogno strutturale di lavoratori immigrati e chi continua a negarlo per rincorrere consensi elettorali immediati non fa di certo il bene dell’Italia.

Uno studio del National bureau of economic research condotto da tre economisti di Harvard dimostra che esiste una diffusa tendenza a sovrastimare l’incidenza degli immigrati nella popolazione, ma la conclusione più interessante della ricerca, e per certi versi più sconfortante, è ancora un’altra e riguarda il fatto che anche quando ai cittadini vengono fornite informazioni precise e affidabili circa il numero di immigrati, le loro caratteristiche religiose ed etniche e i loro sforzi lavorativi, che dovrebbero ridimensionare i preconcetti e mitigare le distorsioni, queste non cambiano ma, al contrario, si dimostrano impermeabili alla realtà. Questa convinzione, per quanto falsata, conta molto, perché da essa scaturiscono alcune politiche, invece che altre, che potrebbero danneggiare irrimediabilmente il futuro del nostro Paese.

Siamo diventati un Paese che non crede più in sé stesso, che vede solo minacce, dall’Europa, dall’Euro, dagli immigrati, e, non sa più vedere le opportunità che possono nascere dallo stare insieme, dal condividere un percorso comune anche con una moneta unica da migliorare e dalle differenze che possono costituire una ricchezza.

La vera sfida che  deve affrontare l’Italia, secondo Paese manifatturiero e terza economia europea, è crescere ancor di più nella produzione di ricchezza per rendere sostenibile l’enorme debito pubblico e il sistema previdenziale (appesantito sempre più da una popolazione che invecchia sempre di più, siamo ormai il secondo Paese al modo più vecchio dopo il Giappone) così da ridurre povertà e disuguaglianze sociali.

 

La paura e l’intolleranza verso l’immigrato si sconfiggono con politiche di sviluppo e di crescita economica in grado di aumentare l’occupazione e di conseguenza ridurre la povertà in cui è precipitata buona parte della popolazione.  

La paura e l’insicurezza stanno mettendo a rischio anche i principi fondamentali di democrazia e civiltà. Mai come in questo momento il nostro Paese ha bisogno di una classe dirigente che abbia una visione della società fondata su principi etici e morali che non sono altro che l’altra faccia dello sviluppo civile e della crescita economica.

 

* Economista di Impresa GEI

 

 

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