di Gaetano Prencipe

I naufraghi e il commissario Piscitelli | Comunità e territorio

Non ha mancato di destare polemiche la scelta del direttore della Biennale di Venezia, Ralph Rugoff, di assecondare la richiesta dell’artista svizzero, Christoph Buchel, di portare in laguna il relitto dell’imbarcazione libica che il 13 luglio 2015 è affondata con  più di 700 persone a bordo, inabissandosi a più di 350 metri di profondità nel canale di Sicilia.

Riportato in superficie nel 2016 per iniziativa del Governo italiano dell’epoca, che ha deciso di sostenere finanziariamente la complicata operazione di recupero, il relitto è stato trasportato dal pontile Nato della Marina Militare di Augusta su una chiatta lungo l’Adriatico fino alla darsena all’interno dell’Arsenale, dove è ancora possibile vederlo fino alla chiusura della Biennale di Venezia di arte contemporanea, in corso di svolgimento fino al prossimo novembre.

Osservandola da vicino, è davvero difficile immaginare come si sia potuto far salire più di 700 persone a bordo di un’imbarcazione lunga appena 23 metri per 6 di larghezza e 7 di altezza, se non ammassandone cinque ogni metro quadrato di spazio disponibile. Com’è altrettanto difficile non immaginare le loro grida di dolore nel momento in cui la barca affondava.

Persone, con storie, legami familiari ed affettivi, progetti di vita, che sarebbero rimaste per sempre anche senza un nome, se non fosse stato per l’iniziativa di donne e uomini delle nostre istituzioni (Enti governativi, Università, Marina Militare Italiana,  Vigili del Fuoco, Croce Rossa Italiana e Internazionale) che hanno reso possibile un’operazione prima d’allora quasi inimmaginabile: l’identificazione, a distanza di un anno, dei cadaveri e dei resti umani di un numero mai così alto di persone sconosciute, provenienti da diversi Paesi dell’Africa. Un’impresa unica al mondo, resa possibile solo grazie allo spirito di iniziativa e di abnegazione dei rappresentanti delle diverse istituzioni coinvolte, di cui gli italiani dovrebbero andar fieri.

Tra questi anche l’allora Commissario  Straordinario per le persone scomparse, il Prefetto Vittorio Piscitelli,  attuale Commissario Prefettizio al Comune di Manfredonia.

E possibile scoprirlo leggendo il libro “Naufraghi senza volto – Dare un nome alle vittime del Mediterraneo(Raffaello Cortina Editore, 2018), scritto in prima persona dalla principale protagonista della vicenda, Cristina Cattaneo, docente di Medicina Legale presso l’Università degli Studi di Milano e direttrice del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense, che racconta in maniera avvincente, anche se in un contesto di assoluta drammaticità,  in che modo l’impresa sia stata realizzata.

Solo un ufficio, – per la Cattaneo – per la sua natura istituzionale, le qualità del personale e la sua mission, era in grado di tentare quest’impresa: l’Ufficio del Commissario  Straordinario del Governo per le persone scomparse…” , unico nel suo genere in tutta Europa in grado di sopperire al vuoto legislativo e umanitario che si era venuto a creare per le tragedie avvenute in Italia, o di cui l’Italia custodiva i corpi.

La collaborazione tra la professoressa Cattaneo e il Commissario Piscitelli era iniziata nel 2014 (a seguito del naufragio avvenuto a largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013, in cui morirono 366 persone e che fece poi partire l’operazione “Mare Nostrum”), quando  insieme iniziarono   a  immaginare che, tramite richieste e accordi specifici con le varie procure e i ministeri competenti, l’Ufficio del Commissario avrebbe potuto fare da collettore per tutte le informazioni disponibili sulle vittime non identificate, ante e post mortem, essenziali per il riconoscimento (che, nel caso dei migranti,  non poteva basarsi solo sul prelievo e sull’esame del DNA e sulle altre fonti di indagine autoptica).

… Un progetto ambizioso e bellissimo – racconta la Cattaneo –  unico in quel Mediterraneo, che stava diventando il cimitero di chi era partito con tante speranze: poteva essere la soluzione per dare finalmente una risposta ai parenti in cerca dei propri cari scomparsi”.

Un progetto che ha preso corpo un po’ alla volta, superando enormi e molteplici difficoltà dovute all’iniziale carenza di risorse umane e finanziarie e alla mancanza di una normativa adeguata, e che, una volta messo a punto, ha consentito loro di gestire brillantemente l’operazione complicatissima del Barcone (così veniva chiamato il relitto dell’imbarcazione libica, con il suo carico di 700 cadaveri da identificare), i cui risultati furono poi presentati dallo stesso Prefetto Piscitelli in vari contesti internazionali ed anche alle Nazioni Unite, a New York, dove fu invitato a illustrare l’esperienza italiana come un modello da esportare.

Nel corso del libro la Cattaneo cita numerose volte il personale dell’Ufficio del Commissario, che “è stato il fulcro di questo lavoro”, e in particolare  il  Prefetto Piscitelli,  “dalla voce sempre cortese, calma, con un marcato ma piacevole accento napoletano”, che l’Autrice, nei ringraziamenti finali, descrive come “uno spirito affine, con cui ho condiviso molto, e con il quale , insieme ad Agata (n.d.r. Agata Iadicicco, la vicaria) abbiamo combattuto molte battaglie”.

Un libro che si legge tutto d’un fiato, con pagine anche molto commoventi, come quelle in cui racconta del cadavere di un  ragazzo con in tasca un sacchetto di terra del suo paese, l’Eritrea,  e l’altro in cui descrive i resti di un bambino proveniente dal Mali, che portava all’interno del giubbotto, protetta da una ricucitura interna, la pagella scolastica scritta in arabo e in francese,   “… un documento così prezioso per il suo futuro, che mostrava i suoi sforzi , le sue capacità di studio  e che pensava gli avrebbe aperto chissà quali porte di una scuola italiana o europea, ormai ridotto a poche pagine intrise di acqua marcia”.

Una storia, quest’ultima, poi letta e resa famosa dal vignettista Makkox, all’anagrafe Marco D’Ambrosio, nella trasmissione “Propaganda live” e sulle pagine di alcuni giornali nazionali, con un meraviglioso disegno a colori, espressione della capacità propria di alcuni artisti di far intravedere bagliori di vera poesia anche nelle più drammatiche crepe della storia.

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