Intervista di Flavio Ognissanti

Il Petrolchimico Enichem fa ancora parlare di se, occorre non dimenticare un passato che sta condizionando il nostro futuro. Sull’argomento ci siamo confrontati con l’avv. Gaetano Prencipe sindaco di Manfredonia dal 1995 al 2000.

Si sente spesso parlare del “SIN di Manfredonia” a proposito della bonifica dell’area dell’ex stabilimento ENICHEM? Può dirci perché e, in concreto, di che si tratta? 

L’acronimo SIN sta per Sito di Interesse Nazionale, così definito dalla legge n.426 del dicembre 1998, con la quale lo Stato individuò una quindicina di siti industriali particolarmente inquinati, oggi in tutto 39 (presenti in tutte le regioni italiane), per i quali occorreva intervenire con urgenza, ponendo le attività di bonifica sotto l’amministrazione e il controllo del Ministero dell’Ambiente e, soprattutto, mettendo a disposizione anche fondi pubblici, in deroga al principio già allora vigente per cui “chi inquina paga”. Tra i primi siti individuati vi era anche quello dell’ex stabilimento Enichem di Macchia- Monte Sant’Angelo”. 

Perché lo hanno chiamato SIN di Manfredonia, visto che lo stabilimento aveva sede nel Comune di Monte Sant’Angelo? 

“In realtà, come molti ricorderanno, sulla stampa e nell’opinione pubblica nazionale anche il petrolchimico era più noto come l’Enichem di Manfredonia piuttosto che di Monte Sant’Angelo; è di Manfredonia che si parlò, dopo l’incidente del 1976, come della Seveso del Sud; ed era su Manfredonia il bollino nero nella mappa dei siti più inquinati d’Italia, periodicamente pubblicata sui giornali nazionali; per non dire delle manifestazioni per la chiusura dello stabilimento, che avevano visto come protagonista solamente la popolazione della nostra città, per via degli effetti dell’inquinamento dell’aria e del mare oltre che per i vari rischi d’incidente rilevante cui eravamo costantemente sottoposti”. 

Eppure, l’inquinamento del suolo e del sottosuolo interessava ed interessa un’area posta all’interno dei confine del Comune di Monte Sant’Angelo. 

“E’ così. In effetti andava chiamato diversamente, sebbene nel SIN furono fatte rientrare anche alcune aree all’interno del nostro territorio che avevano poco a che fare con l’attività dello stabilimento, ma occorre fare un passo indietro. A partire dalla prima metà degli anni ’80, quando lo stabilimento era in funzione, furono le associazioni ambientaliste di Manfredonia a porre il tema della presenza sul suolo, nel sottosuolo e nelle acque sotterranee di enormi quantità di rifiuti industriali interrati o smaltiti irregolarmente. Denunce che trovarono conferma anche in alcuni procedimenti penali. In realtà, nessuno fuori dallo stabilimento aveva realmente idea della gravità della situazione. Solo a partire dal 1997, con lo stabilimento ormai chiuso da alcuni anni, approfittando dello scudo penale assicurato da alcune leggi nel frattempo approvate, l’azienda iniziò a fare dei sondaggi e a mettere fuori dei dati. E fu proprio dal primo piano di disinquinamento presentato dall’Azienda che apprendemmo del numero, della quantità e del tipo di sostanze tossiche e nocive presenti sul suolo, nel sottosuolo e nelle acque di falda, per non dire di quelle altamente infiammabili ancora stoccate in alcuni serbatoi. Una situazione già allora molto preoccupante, che con le successive indagini si rivelò ancora più grave. Basti pensare che a fronte delle 60.000 tonnellate di rifiuti tossici e nocivi inizialmente stimati per la rimozione, ad oggi pare si siano superate le 200.0000 tonnellate”.

 In concreto, quali sono stati i vantaggi nel rientrare tra i SIN? 

“Il primo è sicuramente nel ruolo centrale affidato al Ministero dell’Ambiente. Alcuni ricorderanno che nei mesi precedenti all’approvazione della legge sui SIN, l’Azienda aveva già messo a punto un piano di disinquinamento che presentò alla Provincia di Foggia, allora competente per l’approvazione, in una conferenza di servizi alla quale fu invitato a partecipare solo il Comune di Monte Sant’Angelo. Saputa la notizia, l’assessore all’ambiente ed un tecnico comunale Manfredonia si presentarono ugualmente alla riunione e chiesero di non dar corso ad alcun procedimento, proprio perché stava per essere approvata la legge sui SIN nella quale avevamo chiesto di essere inseriti, come poi avvenne, grazie anche all’impegno dei due parlamentari Carella e Mastroluca. Con l’entrata in vigore di quella legge e con lo stanziamento dei relativi fondi, tutto il procedimento, a partire dalla caratterizzazione dei siti, alla validazione delle tecniche di disinquinamento, all’approvazione dei singoli progetti di bonifica e al monitoraggio delle varie fasi di esecuzione fu affidato alla competenza del  Ministero dell’Ambiente, che poteva avvalersi della collaborazione di numerosi altri enti specializzati, come l’ICRAM (l’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare), l’ARPA Nazionale, l’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Certo è che alle conferenze istruttorie come a quelle decisorie, avendo titolo a partecipare, i rappresentanti del Comune di Manfredonia hanno sin dall’inizio svolto un ruolo attivo, come se l’intera area rientrasse interamente nel proprio territorio. Ecco, quindi, un’altra ragione per cui, al di là della cattiva pubblicità che ne è derivata, era comprensibile che il sito venisse indicato come SIN di Manfredonia, né si è mai pensato di chiedere che il nome del SIN venisse cambiato”.

 Diceva prima che in effetti ci sono anche aree rientranti nel territorio del Comune di Manfredonia.

 “Si, ma solo per una superficie minima, pari a  82.700 mq, rispetto ad un’estensione di 216 ettari di terreno rientrante nel Comune di Monte Sant’Angelo, cui vanno aggiunti 8,6 km quadrati di specchio acqueo prospiciente per 3 km l’area dello stabilimento.  La legge prevedeva che fossero i comuni ad esprimersi sulla proposta di delimitazione, da approvare poi con decreto ministeriale. Per cui, oltre alle aree dello stabilimento ed a quelle limitrofe, chiedemmo che vi rientrassero anche le due discariche di rifiuti solidi urbani, Pariti I, Pariti II, in Loc. Conte di Troia, e la c.d. Pariti Liquami, una cava di calcarenite (tufo calcare) nella quale per diversi decenni, fino alla realizzazione del depuratore, il comune vi aveva scaricato i reflui urbani. Da anni le due discariche di r.s.u. rappresentavano delle vere e proprie bombe ecologiche a qualche chilometro dall’abitato, al punto, che per sollecitarne la bonifica fu aperta una procedura di infrazione comunitaria a carico del Governo italiano, chiusa solo nel 2011 dopo l’ultimazione delle opere di bonifica e recupero ambientale. Ovviamente, per giustificarne l’inserimento sostenemmo che contenevano anche rifiuti di origine industriale, come in effetti alcune indagini avevano evidenziato. Fummo anche noi a chiedere che venisse ricompresa nel perimetro del SIN la zona di mare prospiciente, non solo per monitorare la qualità delle acque ma anche per verificare il livello di concentrazione di inquinanti nei sedimenti marini”. 

Come si procedette, di preciso, per l’approvazione del piano di bonifica? 

“Il Ministero dell’Ambiente convocò una conferenza di servizi, che, se non ricordo male, fu insediata nel 1999 e da allora, di aggiornamento in aggiornamento, partendo dalle opere più urgenti di messa in sicurezza, sta continuando la sua attività, approvando di volta in volta con decreto i singoli progetti di bonifica e verificando gli esiti degli interventi realizzati”. 

Da allora sono passati circa 20 anni. Sa dirci a che punto siamo? 

“Da cittadino, so quello che è possibile sapere attingendo qua e là su internet. In ordine allo stato di avanzamento del SIN, la pagina del sito del Ministero dell’Ambiente è aggiornato al 31.12.2019. Della bonifica del SIN dà conto anche il sito di Syndial, la società subentrata all’Enichem che da novembre ha cambiano nome e si chiama ENI Rewind. L’azienda, che è ancora proprietaria di 96 ettari di terreno all’interno dello stabilimento, fa sapere che ha già speso 260 milioni di euro per le bonifiche e prevede di spenderne altri 15 per il completamento, oltre ai 5 che continuerà a spendere annualmente per il disinquinamento della falda fino a che i valori non saranno ritenuti accettabili”

Insomma, si è a buon punto nell’attuazione della bonifica? 

“Stando a questi dati e vista anche la percentuale d’incidenza dell’area marina sull’intera estensione del SIN, si potrebbe dire di si. Temo però che il completamento delle attività di bonifica sia ancora di là da venire, sebbene non si possa negare che la situazione complessiva sia di molto migliorata rispetto a quella iniziale. Aspetterei però i dati ufficiali del Ministero prima di tirare conclusioni. In ogni caso, la vigilanza di entrambi i comuni deve mantenersi alta e, prima che il Ministero dell’Ambiente chiuda le varie fasi di verifica,  ritengo che i Comuni si debbano assicurare che i risultati presentati siano davvero accettabili, in ciò avvalendosi magari anche delle competenze esterne che gli ultimi finanziamenti regionali hanno messo a loro disposizione”. 

Una volta terminata la bonifica, pensa che in futuro le aree dell’ex stabilimento petrolchimico non saranno più fonte di preoccupazione per Manfredonia?

“Mi piacerebbe poterlo dire, ma non sono granché ottimista. Purtroppo, nonostante i problemi di inquinamento che hanno ereditato dal passato e la gestione associata degli interventi previsti e realizzati con il Contratto d’Area,tra i due comuni non è ancora stato adottato e nemmeno pensato un modello di condivisione delle scelte da assumere di volta in volta per i nuovi insediamenti produttivi da insediare su quell’area. Salvo, va detto, il recente accordo sulla Zona Economica Speciale (ZES) Adriatico, che comprende anche, e direi soprattutto, le aree retro-portuali, temo che il Comune di Monte Sant’Angelo vorrà continuare a esercitare in piena autonomia le proprie prerogative sulle decisioni da assumere per quell’area, né ritengo che la presenza dell’ASIfornisca alcuna garanzia di maggior coinvolgimento. Per dirla tutta, non mi sento di escludere che alcuni problemi si possano ripresentare, anche a breve. Basti ad esempio pensare ai vari progetti che ENI Rewind intende realizzaresu circa 26 ettari di quell’area e  di cui è possibile leggere solo brevi cenni sul sito della società: un impianto di trattamento anaerobico della frazione umida dei rifiuti solidi urbani per ricavarne bio metano (con i fanghi provenienti dagli impianti biologici urbani); una piattaforma ambientale, non meglio specificata, e un mega-impianto fotovoltaico. A riguardo, va detto che sul sito si afferma che “Si tratta di un progetto …che vedrà l’avvio di un dialogo con il territorio per la necessaria condivisione”, ma ad oggi non mi risulta che a Manfredonia sia mai stato presentato, almeno pubblicamente. Ancora poco si sa anche della disponibilità data da ENI Rewind al Comune di Monte Sant’Angelo per la cessione di alcune aree (presso isola 12, isola 20 ed “ex parcheggio”) finalizzata alla realizzazione di tre impianti destinati al trattamento e al recupero di vetro, plastica, carta e cartone provenienti dalle raccolte differenziate dei rifiuti. Il Comune di Monte Sant’Angelo, si legge sempre su quel sito, ha avviato l’iter per accedere ai finanziamenti della Regione Puglia, mentre la società ambientale di ENI ha sollecitato l’emissione della certificazione di avvenuta bonifica dell’isola 12 da parte della Provincia di Foggia e della validazione del collaudo degli hot spot dell’area “ex Parcheggio” e dell’isola 20″.

 Che fare, allora? 

“Nel recente passato, in due casi il Comune di Manfredonia ha dovuto addirittura fare ricorso al TAR per opporsi alle decisioni del comune confinante. Mi riferisco alla decisione di estendere la zona industriale sull’area agricola di fronte allo stabilimento, sull’altro versante della strada, ancora a ridosso del nostro comune e soprattutto estirpando centinaia di alberi d’ulivo. Bloccammo quella decisione con un ricorso che promossi come Sindaco nel 1998. E così fu fatto anche nel 2002, quando il Sindaco Campo decise di ricorrere al TAR, affidando a me l’incarico professionale, per bloccare la decisione di consentire il riavvio della centrale termoelettrica, per la quale si era già ottenuta l’approvazione dei ministeri competenti. A Monte Sant’Angelo l’amministrazione e tutte le forze politiche e sindacali si erano già espresse favorevolmente. Il TAR ci diede ragione e le autorizzazioni ministeriali furono annullate. Pertanto, prima che il clima a Manfredonia riprenda di nuovo a surriscaldarsi, alimentando comprensibili allarmismi, ritengo che i rappresentanti dei due comuni facciano bene a condividere almeno tutte le informazioni in loro possesso ed ad avviare una fase di confronto, aperto alle forze politiche e alle varie forme di  cittadinanza attiva, sul futuro di quell’area e, soprattutto, sugli strumenti urbanistici in grado di garantire delle decisioni condivise. Uno di questi può essere l’A.P.P.E.A., che sta per Area Produttiva Paesaggisticamente e Ecologicamente Attrezzata, disciplinata dalle Linee Guida del PPTR Puglia, che prevede un soggetto gestore, dotato di capacità organizzative, tecniche, economiche e giuridiche, in grado di definire un processo di riconversione dell’area e di coordinare gli interventi dei vari soggetti attuatori in un quadro però di ampia partecipazione anche dei rappresentanti degli altri interessi coinvolti, ovviamente non solo di quelli produttivi. Personalmente credo che sia necessario provarci. Anzi, doveroso”.

fonte: manfredonianews.it

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